Rivista dell'Istituto per la Storia dell'Arte Lombarda
Numero 44

La fotografia come racconto e ricordo di verità

Giovanni Chiaramonte (1948-2023). Trascrizione di Ferdinando Zanzottera

Il saggio di Giovanni Chiaramonte, originariamente pubblicato sul numero140-141 della rivista “Communio” (1995), analizza il ruolo della fotografia come medium di conoscenza e memoria, capace di rivelare il senso nascosto nella realtà visibile. Partendo dall’incontro con l’estetica di Hans Urs von Balthasar, Chiaramonte individua nella bellezza una via privilegiata verso il vero e il bene. La fotografia, nata come “specchio dotato di memoria”, è analizzata come forma d’arte capace di catturare non solo l’esteriorità del mondo, ma anche la dimensione interiore e spirituale dell’esistenza umana, attraverso il mistero della luce. Il percorso personale dell’autore, dagli esordi negli anni sessanta alla maturità, si sviluppa in dialogo critico con figure come Diane Arbus, Ugo Mulas, Alfred Stieglitz e Paul Strand, e culmina in una concezione della fotografia come “atto di fede”. Attraverso la testimonianza del proprio lavoro fotografico, Chiaramonte restituisce un cammino di ricerca in cui la luce diventa figura del senso nascosto nella realtà, superando la disperazione contemporanea e ritrovando nella forma visibile il segno dell’invisibile.

Photography as a narrative and memory of truth

Giovanni Chiaramonte’s essay, originally published in issue 140–141 of the journal “Communio” (1995), examines the role of photography as a medium of knowledge and memory, capable of revealing the hidden meaning within visible reality. Starting from his encounter with the aesthetics of Hans Urs von Balthasar, Chiaramonte identifies beauty as a privileged path to truth and goodness. Photography, born as a “mirror endowed with memory,” is analyzed as an art form capable of capturing not only the exteriority of the world but also the interior and spiritual dimensions of human existence, through the mystery of light. The author’s personal journey, from his beginnings in the 1960s to his artistic maturity, unfolds in critical dialogue with figures such as Diane Arbus, Ugo Mulas, Alfred Stieglitz, and Paul Strand, culminating in a conception of photography as an “act of faith.” Through the testimony of his own photographic work, Chiaramonte traces a path of inquiry in which light becomes the figure of the hidden meaning within reality, overcoming contemporary despair and rediscovering in visible form the sign of the invisible.