Rivista dell'Istituto per la Storia dell'Arte Lombarda
Numero 46
Ferdinando Zanzottera
Il saggio analizza il peculiare rapporto dell’Ordine Certosino con il culto delle reliquie, evidenziandone la distanza rispetto ai modelli monastici tradizionali fondati sull’ostensione pubblica della santità. A partire dal motto “Cartusia sanctos facit, sed non patefacit”, si mostra come i certosini abbiano sviluppato una teologia della “sottrazione”, che, salvo rarissime eccezioni, custodisce le reliquie entro la clausura, evitando processioni, monumentalizzazioni e promozioni cultuali dei propri monaci. La santità è concepita come realtà nascosta, vissuta nella quotidianità della cella e nel silenzio monastico, più che esibita attraverso il corpo post mortem dei santi e dei monaci certosini. Anche le sepolture, anonime e non monumentali, dei religiosi riflettono questa scelta, trasformando i complessi architettonici delle Certose come una sorta di grandi reliquiari vissuti. Attraverso l’analisi delle opere di Dionigi il Certosino, Lorenzo Surio e Benedetto Tromby, l’autore evidenzia come l’Ordine non neghi il valore delle reliquie, ma lo rilegga in chiave introspettiva, privilegiando una propria “fenomenologia dell’invisibile”.
The essay examines the distinctive relationship between the Carthusian Order and the cult of relics, highlighting its distance from traditional monastic models grounded in the public ostension of sanctity. Starting from the motto “Cartusia sanctos facit, sed non patefacit,” it demonstrates how the Carthusians developed a theology of “withdrawal” which, with very rare exceptions, safeguards relics within enclosure, avoiding processions, monumentalization, and the promotion of cults of their own monks. Sanctity is conceived as a hidden reality, lived in the daily rhythm of the cell and in monastic silence, rather than displayed through the post mortem body of saints and Carthusian monks. Even the anonymous and non-monumental burials of the religious reflect this choice, transforming the architectural complexes of the Charterhouses into a kind of large, lived reliquaries. Through an analysis of the works of Denis the Carthusian, Laurentius Surius, and Benedetto Tromby, the author shows that the Order does not deny the value of relics, but rather reinterprets it introspectively, privileging its own “phenomenology of the invisible”.