Rivista dell'Istituto per la Storia dell'Arte Lombarda
Numero 45

Scultura e silenzio: il Beato Guglielmo da Fenoglio, la Certosa di Milano e Gabriel David Fekete

Ferdinando Zanzottera

Il saggio esplora la figura del Beato Guglielmo da Fenoglio, monaco converso certosino dell’XI-XII secolo, alla luce della nuova scultura a lui dedicata da Gabriel David Fekete per la Certosa di Milano (Garegnano). Dopo una sintesi agiografica, che ne ricostruisce la vita tra devozione ascetica, leggende popolari e culto diffuso ‘ab immemorabili’, l’autore analizza la tradizione iconografica che ne ha accompagnato la venerazione nel tempo. Particolare attenzione è riservata alla recente opera plastica di Fekete, che reinterpreta in chiave essenziale e contemporanea i codici figurativi certosini, rinunciando alla narrazione aneddotica in favore di una dichiarata ieraticità. La scultura, pur ispirata all’affresco seicentesco di Daniele Crespi, si collega alle matrici medievali alpine e alla tradizione plastica ungherese della famiglia Fekete, in un dialogo tra memoria spirituale e rigore formale. La zampa della mula, suo attributo distintivo, non è più semplice simbolo miracoloso, ma sigillo di una resistenza interiore che riflette l’essenza del monachesimo certosino: il silenzio come soglia escatologica. L’opera si configura così come un omaggio colto e una riscrittura plastica, capace di coniugare spiritualità, arte e identità in una nuova icona della monastica dei conversi certosini.

Sculpture and silence: Blessed Guglielmo da Fenoglio, the Charterhouse of Milan, and Gabriel David Fekete

This essay explores the figure of Blessed Guglielmo da Fenoglio, a Carthusian lay brother of the 11th-12th centuries, in light of the new sculpture dedicated to him by Gabriel David Fekete for the Charterhouse of Milan. Following a hagiographic summary that reconstructs his life between ascetic devotion, popular legends, and a time-honoured cultus ab immemorabili, the article analyzes the iconographic tradition that has accompanied his veneration over the centuries. Special attention is given to Fekete’s recent sculptural work, which reinterprets Carthusian visual codes in an essential and contemporary language, abandoning anecdotal narrative in favour of deliberate hieraticism. Though inspired by Daniele Crespi’s 17th-century fresco, the sculpture connects with Alpine medieval models and the Hungarian sculptural tradition of the Fekete family, creating a dialogue between spiritual memory and formal rigour. The mule’s hoof, his distinctive attribute, is no longer a mere miraculous symbol, but becomes a seal of inner resistance that reflects the essence of Carthusian monasticism: silence as an eschatological threshold. The artwork thus stands as both a cultured homage and a spiritual rewriting, capable of uniting spirituality, art, and identity into a new icon of Carthusian lay sanctity.